LA CITTA’ SCOMPARSA

Le cittadi che il mar là su l’estremo
Lido aspergea, confuse
E infranse e ricoperse
In pochi istanti: onde su quelle or pasce
La capra, e città nove
Sorgon dall’altra banda, a cui sgabello
Son le sepolte, e le prostrate mura
L’arduo monte al suo piè quasi calpesta
…”

G. LEOPARDI, LA GINESTRA (vv. 223-230)

Le città dell’uomo sono come castelli di sabbia. Basta una sola onda per spazzarli via e cancellare ogni traccia della loro precedente esistenza.  Città che brillavano per la loro ricca vita sociale e culturale, per le loro vivaci attività commerciali, per la nobile e antica storia accade che da un momento all’altro vengano cancellate dalla natura che, scuotendosi, riprende orgogliosamente possesso di coste, vallate e montagne.

Di fronte a tali distruzioni la risposta dell’uomo è sempre la ricostruzione, caparbia, testarda sfida alla natura, la cui forza distruttiva viene esorcizzata nel magnifico e rigoglioso aspetto delle città nuove e nell’oblio che avvolge le vestigia più antiche.

NOTO 11 GENNAIO 1693. ORE 7:12

Sorge il sole dal mare di Vendicari. Illumina ma non riscalda città e paesi già provati dal terremoto di due giorni prima, e popolazioni che vivono nel terrore di una nuova e più violenta replica nelle quaranta ore.

Alzandosi il sole illumina anche Monte Alveria, laddove sorge da tempi antichi quanto l’uomo la città di Noto. E’ questa la sua ultima alba.

Quella città che orgogliosamente aveva come motto Numquam vi capta, paga oggi il suo conto con la natura cui bastò il tempo di un miserere per averne ragione, riducendo le solenni architetture, le eleganti piazze e le grandi chiese in un cumulo fumante di calcinacci e macerie.

“Poiché fece un terremoto così orribile e spaventoso, che il suolo a guisa di un mare ondeggiava, i monti traballando si diroccavano, e la Città tutta in un momento miseramente precipitò colla morte di circa mille persone” raccontava un testimone oculare.

*             *             *

Varcare oggi la Porta della Montagna significa toccare con mano la forza distruttiva di quel sisma. Perché sull’Alveria la storia si è fermata  a vintin’ura di quel freddo giorno di Gennaio. 

Per capirlo appieno però si deve superare il primo monumentale approccio, la magnifica imponente mole del Castello e le fortificazioni cinquecentesche, ed inoltrarsi lungo la strada che si apre proprio di fronte ad esso.

Ad un occhio superficiale potrebbe non dire nulla. Una strada bianca, di un bianco accecante, con una fittissima vegetazione a destra e a sinistra; una strada silenziosa i cui unici suoni sono quelli delle capre e mucche che pascolano nascoste dal sottobosco e dai rovi.

Un occhio attento però scoprirà fra quei rovi capitelli, scale, finestre, blocchi di pietra sparsi qua e la come tessere di un puzzle frantumato. Le cronache e le immagini antiche ci permettono chiudendo gli occhi di ricomporre nella nostra mente quel puzzle.

Percorrendo quella strada bianca e polverosa riconosciamo così nelle tracce deboli e frammentarie, la chiesa del SS. Crocifisso nei pressi della quale si svolgeva la grande Fiera Franca di Pentecoste e più avanti il Palazzo Landolina di Belludia il più splendido dei palazzi netini, che ostentava due grandi e magnifiche aquile a sorreggere lo stemma di famiglia sulla facciata principale già barocca, come barocca era, di fronte, la Chiesa dei Gesuiti.

Arriviamo così all’antica Piazza Maggiore. Alcuni lacerti di muri ricordano la presenza nell’angolo Nord-est del Palazzo senatorio, mentre nulla è rimasto della Chiesa Madre intitolata a San Nicolò; al suo posto, una Madonna ci guarda da un’edicoletta votiva edificata in memoria delle vittime del sisma.

Volgendoci verso il centro della piazza chiudiamo gli occhi e immaginiamo la grande fontana del Laocoonte, costruita nel 1583. La riproduzione del gruppo scultoreo ritrovato a Roma pochi decenni prima testimonia quanto la città meritasse, per il fervido e aggiornato clima culturale che vi si respirava, il titolo di Urbs Ingeniosa, concesso da Ferdinando il Cattolico.

Da qui la visita può proseguire ancora, da un lato verso i resti della città greca e della grande Chiesa del Carmine oppure in direzione opposta, giù giù verso la Cava del Carosello attraverso una suggestiva mulattiera scavata nella roccia e che conduce alle concerie di età araba e a due piccole chiese rupestri.

Oppure ci si può sedere all’ombra degli alberi, su un frammento architettonico, caduto da chissà dove.

Picchia forte il sole qui sull’Alveria.

Il silenzio è rotto solo dai belati delle capre e dal sibilo del vento.

Da questo silenzio, da questo cuore ferito a morte nacque più a valle, sul Meti, la città nuova con i suoi vorticosi decori barocchi immagine, apotropaica o scaramantica, del terremoto stesso: la distruzione volta in costruzione, la paura in coraggio, l’oscuro in luce, l’orrore in bellezza, l’irrazionale in fantasia creatrice, l’anarchia incontrollabile della natura nella leibniziana, illuministica anarchia creatrice; il caos in logos, infine. Che è sempre il cammino della civiltà e della storia” (V. Consolo)

[Matilde Russo, in Katane n. 16 Sett.-Ott. 2010]

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