Agatha Catanensis. Tradizione, identità e devozione di una città in festa

ATTI DEL VIII CONGRESSO AISU – Napoli 7/9 Settembre 2017 [IN CORSO DI PUBBLICAZIONE]

Agatha Catanensis

di Matilde Russo (Associazione Etna ‘ngeniousa – Catania – Italia)

Parole chiave: Sant’Agata, Catania, devozione, tradizione, identità, urbanistica.

 

  1. Tradizione, identità e devozione di una città in festa

Catania e Agata. Un binomio inscindibile quello fra la città etnea e la sua patrona, pegno di una identità storica e religiosa che ha attraversato secoli e che ogni anno si esprime attraverso quella che è riconosciuta come la terza festa religiosa più importante al mondo, nonché Bene Etnoantropologico Unesco.

Il fuoco sacro che ogni anno anima Catania durante la prima settimana di Febbraio, è fatto di un pellegrinaggio cittadino ininterrotto attraverso i luoghi della memoria e del culto, è fatto di simboli, di momenti di aggregazione collettiva che riscrivono il rapporto fra i cittadini ed il contesto urbano. La festa è l’anima di una città la cui forma stessa è stata disegnata in relazione al passaggio della processione.

 

  1. Agata e la città

Il culto agatino si manifesta, fin dall’inizio, con una forte connotazione cittadina, come pegno di salvezza della città attraverso la sua Santa Patrona. La Tavoletta Angelica lo aveva già promesso, fin dal giorno della morte di Agata: “et patriae liberationem”. A compiere quella promessa, nel corso della storia, sono stati gli interventi miracolosi del Velo portato solennemente in processione per frenare la furia dell’Etna e contro le pestilenze che in più occasioni hanno afflitto la città.

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Catania, araba fenice sette volte distrutta e altrettante rinata dalle sue ceneri, come rispecchiando la propria storia nei martìri subiti da Agata, ha sempre trovato nella devozione verso la Patrona la forza per rialzarsi dopo ogni disastro.

 

2.1. La festa attraverso i secoli

La prima processione attestata dalle fonti, è quella che si forma spontaneamente per accogliere le Reliquie della Santa al ritorno da Costantinopoli, nel 1126.

Successivamente a quella data comincia a delinearsi l’aspetto della festa solenne di Febbraio, la cui struttura – attestata per la prima volta dal Cerimoniale di don Alvaro Paternò del 1522 – mostra già caratteristiche si manterranno, con poche modifiche, pressoché immutate fino ad oggi. Nemmeno la cesura storica rappresentata dall’eruzione del 1669 prima e dal terremoto del 1693 poi, e le trasformazioni urbanistiche che sono seguite a questi due disastrosi eventi, hanno apportato modifiche sostanziali alla festa.

All’alba del XVIII secolo, provata dalla rapida successione di tante calamità, Catania adatta l’antico cerimoniale al nuovo assetto urbano –  sfruttandone le ampie dimensioni e la nuova teatralità barocca – ma rivestendolo di tradizioni secolari, che permettono ad una comunità tanto provata, di trovare in questo evento il senso della continuità storica e conservando “il sentimento dei luoghi”.

2.1.1. Urbanistica e processioni

Ripercorrendo la storia catanese, si nota quanto le esigenze processionali abbiano influenzato le scelte urbanistiche, nell’ordinaria amministrazione come – soprattutto – nei momenti più drammatici della sua storia.

Storicamente la processione delle reliquie di Sant’Agata era una sola, quella che il 4 febbraio si svolgeva attorno alle mura della città. Un itinerario che, pur in un contesto urbanistico totalmente diverso, si mantiene tuttora e che per questo viene ancora chiamato “il Giro Esterno”.

Era questa in origine una processione penitenziale e propiziatoria, perché percorrendone tutto il perimetro esterno, la benedizione della Patrona si estendesse all’intera città, come uno scudo celeste che rinforzando le mura cittadine, la proteggesse contro tutte le minacce dell’uomo o della natura.

Quest’azione si rivelò particolarmente efficace ad esempio, allorché in occasione della grande eruzione del 1669, mentre la lava si avvicinava minacciosa alla città, un quadro di Sant’Agata venerato all’interno di un altarino nei pressi delle mura, cominciò a galleggiare sul fiume di fuoco, che sotto la sua guida cambiò direzione salvando la città e andando a gettarsi in mare nei pressi del Castello Ursino.

Dopo l’eruzione, si fece presto a tracciare una nuova strada più ampia sugli aspri terreni lavici, ancora fumanti. Il piccolo sentiero precedente divenne così la “Strada della Vittoria”, ampia circonvallazione portata a termine nel 1674 e disegnata in funzione della processione, che assume ora un nuovo significato: non più solo rito penitenziale ma solenne rendimento di grazie, riconoscimento della vittoria di Agata sulle forze incontrollabili della natura e sul vulcano.

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Questa urgenza della ricostruzione per ripristinare le forme della processione, fu sentita sicuramente anche dal Duca di Camastra impegnato, dopo il grande terremoto del 1693, nel disegno del nuovo assetto urbano della città.

In esso, il ruolo principale viene svolto dalla nuova Via Uzeda – l’attuale Via Etnea – frutto della rettificazione della precedente Via della Luminaria, di cui riprende anche la funzione simbolica processionale.

Quest’antica strada, doveva il suo nome alla processione della Luminaria, che apre le celebrazioni patronali la mattina del 3 Febbraio, con l’Offerta della Cera alla Santa da parte delle corporazioni cittadine, rappresentate dai gilij (le Candelore), e che si svolgeva con un percorso che andava dalla Cattedrale alla chiesa di Sant’Agata la Vetere.

Già prima del terremoto, all’inizio del ‘600, la Via della Luminaria e la Platea Magna davanti alla Cattedrale erano state ampliate per meglio accogliere le processioni. Adesso, in una città rasa al suolo, il Duca di Camastra disegna il nuovo asse nord-sud della Via Uzeda, asse fondante del nuovo sviluppo urbano, con le straordinarie dimensioni di 8 canne di larghezza (circa 16 metri).

La simbolica riappropriazione processionale del nuovo spazio urbano avviene nel febbraio del 1695, appena due anni dopo il disastro.

Nel nuovo contesto, in occasione della Luminaria – allora come oggi – il colpo d’occhio è mozzafiato: il barocco dei palazzi e delle chiese quasi fa a gara con quello delle Carrozze del Senato e delle Candelore, o con le pompose uniformi degli ordini cavallereschi.

Da quel momento, la festa di Sant’Agata diventa davvero una festa barocca: l’analisi dei documenti e la lettura dei diari di viaggio del Grand Tour – in particolare quelli di Jean Houel – danno ampio spazio in particolare agli spettacolari apparati effimeri che adornano chiese, piazze e strade in occasione delle celebrazioni patronali fra Settecento e Ottocento.

2.1.2. Gli spazi del sacro e gli spazi della città

La Festa di Sant’Agata è considerata la terza festa più importante al mondo, dopo il Corpus Domini di Cuzco e la Settimana Santa di Siviglia.

Al di là delle classifiche, essa presenta però alcune connotazioni che la rendono unica: si tratta di una festa che permea di sé un’intera città, che per un mese vive in un’atmosfera sospesa, in un conto alla rovescia scandito dalle allegre musiche delle Candelore nei quartieri, dai pellegrinaggi nelle chiese dei luoghi del martirio, dalle manifestazioni religiose e culturali di un lunghissimo ed intenso mese di Gennaio.

L’arrivo di Febbraio segna l’inizio della grande festa, “gran veglione di cui tutta la città è teatro” come diceva Verga.

Una delle caratteristiche che segnano i giorni di Sant’Agata a Catania è il coinvolgimento dell’intero spazio urbano, che diventa esso stesso protagonista delle processioni e dei pellegrinaggi.

Non è un quartiere, né una chiesa o una confraternita: ma l’intera città che scende in piazza si appropria dello spazio urbano per celebrare la propria Patrona e in fondo la propria identità cittadina. E le piazze, le strade diventano scenario che unisce sacro e profano, pubblico e privato, celebrazione religiosa e orgogliosa rivendicazione identitaria.

Questa, forse strana, ma emozionante combinazione, si manifesta nella sua maniera più straordinaria con l’uscita delle Reliquie, all’alba del 4 Febbraio: una processione di quasi 24 ore che ancora oggi ricalca l’antico percorso extramoenia, e vive i suoi momenti più intensi nel pomeriggio, quando diventa vero e proprio pellegrinaggio cittadino, in cui lo sforzo immane della Salita dei Cappuccini, riporta Agata nei luoghi che secondo la tradizione furono testimoni del suo martirio.

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Quindi il senso della processione cambia ancora: il Fercolo argenteo si avvia lungo la Strada della Vittoria – oggi Via Plebiscito – per riannodare il legame con la memoria del 1669.

Ma oggi, quasi scomparse le antiche distese di sciara, questo è il cuore popolare di Catania: qui lo spazio urbano diventa estensione dello spazio privato, e la festa diventa davvero celebrazione di popolo; spazio sacro, spazio urbano e spazio domestico si fondono diventando insieme spazio dell’identità cittadina. Qui, l’espressione dei sentimenti è più semplice ma autentica, il cuore batte più forte e diventa qualcosa di più al momento in cui la Santa Bambina raggiunge il reparto pediatrico dell’Ospedale Vittorio Emanuele, accompagnata da canti che strappano una lacrima anche agli occhi più aridi.

Lo stesso connubio – sacro, pubblico, privato – si manifesta anche durante la processione di giorno 5, ma con forme totalmente diverse. Questa seconda processione, la cui istituzione nel 1846 fu sollecitata dalle monache dei monasteri di clausura cittadini, dopo l’unità d’Italia e ancora di più nel XX secolo ha cambiato la sua connotazione, diventando il momento del “trionfo”. Lo scenario urbano è quello della Via Etnea: lungo tutto il percorso l’aristocrazia cittadina apre gli scintillanti saloni dei suoi sontuosi palazzi, per ospitare ricche feste in attesa di ammirare dai balconi il passaggio della processione.  Sulle ricche tavole imbandite, il barocco si fa anche cultura e ricerca enogastronomica.

Giù, in strada, però non cambia nulla.

Le luci delle candele illuminano la Via Etnea, improvvisamente troppo piccola per centinaia di migliaia di persone; le voci si rincorrono, fra invocazioni e canti; attorno le bancarelle offrono dolci e cibo di strada, e l’aria profuma di torrone.

Un colpo d’occhio impressionante, un popolo intero che scende per strada e si riappropria degli spazi urbani, e di una dimensione più umana e “lenta” del tempo, custode e testimone di millenni di storia.

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2.2. La festa dei “cittadini”: devozione e identità

Questa fortissima connotazione cittadina, è espressa però anche da un dettaglio cui spesso non si fa caso. I devoti di Sant’Agata si chiamano «cittadini». L’invocazione che durante la processione risuona da un lato all’altro del cordone è «Siamo tutti devoti tutti?» cui viene inevitabilmente risposto: «cittadini, cittadini».

C’è dunque quasi un rapporto di sinonimia fra l’essere cittadino e l’essere devoto.

Quella di Sant’Agata è dunque la festa dell’identità cittadina catanese, dell’orgoglio civico, espresso dalla solennità e dallo sfarzo della processione, e legata a doppio filo allo scenario urbano. E’ una città intera che compatta, per tre giorni, si ferma, e scende in strada in onore di una ragazzina che seppe testimoniare con forza e fino al sacrificio della sua stessa vita la propria fede, diventando una delle martiri più importanti della Chiesa, tanto in oriente quanto in occidente.

La festa è il segno vivo del fuoco di una passione antica che dopo più di 17 secoli vive negli occhi di ogni catanese, che riflette negli occhi di Agata tutta la propria vita. E’ segno di un legame profondo, viscerale, intimo fra Agata ed i suoi devoti, che è quello che davvero rende unica questa festa. E’ segno identitario forte, antico e sempre vivo.

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