La Bottega del Caffè – Note di Regia

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Per essere onorato non basta non rubare,
ma bisogna anche trattar bene.

La bottega del caffè è una commedia che offrendo un interessante punto di vista del secolo dei lumi, gronda ottimismo. Ne è protagonista il nascente ceto mercantile, portavoce di fiducia incondizionata nel sistema economico che proprio in quel tempo si sviluppava vorticosamente. Motore dell’azione scenica è la capacità di elaborare strategie commerciali e di accumulare denaro, imprescindibili strumenti di misura della dignità, dell’onorabilità e del giudizio dell’uomo.

Ma la lettura di quest’opera a distanza di quasi tre secoli dalla sua stesura ha il cattivo sapore di una profezia mancata. Si sa che il grado di immortalità di uno scritto risiede nella capacità di questo di essere permeabile a qualsiasi epoca storica, di riuscire a parlare alle pance in tutti i tempi, e leggere questa commedia con spirito illuministico sarebbe in questi decenni di crisi, un’ingenuità imperdonabile. Attaccato al proprio meschino tornaconto, l’homo oeconomicus è diventato oggi grettamente conservatore, ottusamente autoritario e violento. L’elegante divertimento, pieno di deliziosa grazia settecentesca rivela così un fondo più duro, sgradevole e impietoso.
I personaggi della commedia sono un caffettiere che strategicamente sa di ottenere il massimo rendimento attraverso un comportamento integerrimo, un mercante che abbandonandosi al vizio del gioco e delle donne è incapace di gestire le proprie finanze, uno spregiudicato e abile biscazziere uomo forte della piazza, uno scritturale di un mercante venuto a Venezia sotto mentite spoglie per tentare la fortuna barando nella biscazza.
La vicenda è lineare, si succedono storie di persone comuni ossessivamente attratti dal denaro e dalla voglia di farne sempre di più. Anche i rapporti che coinvolgono i personaggi femminili sono sempre di natura economica: Vittoria teme la propria rovina a causa della dissolutezza del marito e Placida arriva a Venezia per ricercare il proprio uomo perché non sa più fare fronte ai suoi bisogni materiali. Lisaura, ambigua ballerina che corteggia solo chi è in grado di spendere, unica dea/strega che il mondo degli arraffoni è in grado di riconoscere e di adorare, è chiusa in una evocativa aedicula/gabbia. Il suo sguardo indaga l’efficacia delle strategie economiche delle botteghe della piazza, e decreta il successo dei più astuti scegliendo fra tutti chi è il più bravo ad ottenere il massimo benessere (vantaggio economico) per se stesso.

La bottega del caffè coglie la tragicità dei grandi conflitti che muovono il mondo dell’economia e che lacerano le coscienze e il tessuto sociale.

In una comunità regolata dalla legge del più forte e del più violento c’è spazio per la creatività, per stili di vita alternativi a quello imposto dalle razionali e rigide regole dell’economia? È ancora possibile un ragionamento artistico? In quest’ottica il personaggio di Don Marzio fuoriesce dal coro. Barbone/artista per scelta, incompreso dalla comunità della piazza, egli crea e inventa per necessità. Don Marzio è irruzione dell’irrazionale, è urgenza di giustizia, è sete di verità. Impossibile per lui accettare il tempo che è costretto a vivere (da questo punto di vista la scena iniziale dell’orologio è quasi un manifesto poetico). Ascoltato e accettato solo daTrappola, garzone di bottega destinato a prendere il suo posto, Don Marzio verrà cacciato da Venezia.

Sono stordito, sono avvilito, non so in qual mondo mi sia…tutti m’insultano, tutti mi vilipendono, niuno mi vuole, ognuno mi scaccia…

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