U’ CONTRA – Note di Regia

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A Rosa, un ricordo vivo e silenzioso.
A Nicola, il suo gigante buono.

“Non pretendiamo che le cose cambino, se facciamo sempre la stessa cosa. La crisi è la migliore benedizione che può arrivare a persone e Paesi, perché la crisi porta progressi. La creatività nasce dalle difficoltà nello stesso modo che il giorno nasce dalla notte oscura. È dalla crisi che nasce l’inventiva, le scoperte e le grandi strategie. Chi supera la crisi supera se stesso senza essere superato. […] L’ unica crisi che ci minaccia è la tragedia di non voler lottare per superarla”.

Nel celebre discorso di Einstein, “Crisi” è un’occasione, è la possibilità di un momento di riflessione, di valutazione, che può trasformarsi nel presupposto necessario per un miglioramento o addirittura per una vera e propria rinascita…

Ma se invece la crisi fosse portatrice di regresso? Se quel momento di discernimento auspicato dal grande scienziato non fosse percepito come una possibilità di cambiamento, ma al contrario gli eventi precipitassero a tal punto che la “bestialità” prendesse il sopravvento?
Se un passato di povertà materiale e intellettuale fosse il nostro immediato futuro?
Non sarebbe certo la prima volta nella storia.

Queste sono le riflessioni che mi hanno spinto ad un’ambientazione in un tempo prossimo del magnifico ‘U CONTRA di Nino Martoglio, capolavoro assoluto della drammaturgia dialettale siciliana, spesso trascurato e poco rappresentato, che colpisce per la grande cura che il drammaturgo catanese dedica alla costruzione di personaggi scolpiti con insolita precisione.

Lo storico quartiere della Civita, ignorante e intriso di pregiudizi e sudiciume, diventa il set di una Catania post-atomica, in cui le persone hanno dimenticato persino il significato delle parole che hanno raccontato la nostra civiltà (un esempio per tutti: la parola “igiene”), e in cui anche gli oggetti non vengono utilizzati per gli scopi con i quali erano stati creati, perché quelle motivazioni non esistono più. Ed è così che un’aspirapolvere significa vaporogeno e la plafoniera di un lampadario una pentola che cucina fagioli. In un mondo in cui l’ignoranza viene prima di ogni cosa, il caos ha preso il sopravvento sull’ordine, il linguaggio non segue nessuna regola, l’abbigliamento è fuori controllo.
Una provocazione? Si, certo. Speriamo sia solo questo.

In questo marasma il personaggio di Don Procopiu, ultimo baluardo di civiltà e di rettitudine, prende al cuore. Emozionano e divertono le sue strampalate e passionali lezioni alle povere donne del quartiere e ci intristisce la sua miseria mai sbandierata e dignitosamente nascosta. È maestro di vita quando è costretto ad operare una scelta cruciale: seguire il proprio rigore morale o strangolare la propria coscienza per la sopravvivenza dei suoi concittadini. La strada che sceglierà Don Procopiu è nobile e piena di saggezza.

Mettere in scena ‘U CONTRA ha significato per me fare i conti con il dialetto della mia terra, un linguaggio che mi ha riportato alla memoria situazioni vissute e persone conosciute quando ero bambino, suoni e deformazioni che erano sopite dentro di me. Un’esperienza personale viscerale e spiazzante che credo abbia coinvolto anche i miei compagni di lavoro nei quali ho subito percepito sin dalle primissime prove dello spettacolo l’urgenza di scaricare in palcoscenico il proprio vissuto e i propri ricordi: con questi presupposti l’utilizzo del dialetto non poteva che diventare anche un rito catartico. Nel nostro ‘U CONTRA forse una certa spontaneità interpretativa risulterà predominante; ma se è vero che una riflessione sulle modalità espressive del linguaggio martogliano dovrà prima o poi essere compiuta, il rischio di sbavature che all’orecchio di certo pubblico potranno non essere gradite, valeva la pena di essere corso.

Nicola Alberto Orofino

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