L’Alba del Terzo Millennio – Note di regia

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Tra le paure ataviche dell’uomo una delle più forti è senza dubbio quella dell’abbandono. E cosa c’è di più terribile che trovarsi seminudi, immobilizzati (legati mani e piedi), in un luogo pressoché deserto, all’approssimarsi della notte, affamati e assetati, esposti a probabili intemperie? 
Siamo all’alba del terzo millennio, Pasqua 2000, e in un imprecisato paesino di una delle tante province (intese come luoghi dell’anima e non come entità amministrative) italiane viene organizzata una sacra rappresentazione che dovrebbe concludersi in cima ad una montagnola, fuori dal centro abitato, che rappresenta il Golgota. Qui, due uomini, un maestro ed un vinaio che, apparentemente, più diversi non potrebbero essere, attendono già da ore l’arrivo della processione appesi alle croci che simboleggiano quelle dei due ladroni dell’iconografia tradizionale. Ma, per una strana concomitanza di eventi, la processione non arriverà mai e i due saranno costretti, loro malgrado, a socializzare, ad aprirsi l’un l’altro, a mettere insieme le loro solitudini che vanno ben al di là della situazione contingente.Metteranno in discussione l’ineluttabilità dell’appuntamento cristiano e  si ritroveranno  a fare i bilanci di una vita vissuta con fatica e sacrificio per raggiungere una meta (qualunque essa sia) che però non arriva.
È, in breve, ciò che definiamo “Crisi”, in cui tutte le certezze vengono pervase dal dubbio. In cui oltre che agli errori delle azioni passate si cerca di stabilire cosa rimanga ancora di “esatto”. Un grande momento in cui si cerca di ridefinire l’accaduto cercando di capire quale regola o dogma sia in realtà giusto o sbagliato: “…la crisi è la più grande benedizione per le persone e le Nazioni, perché la crisi porta progresso”, come recita anche lo slogan di questa rassegna prendendo a prestito le parole di A. Einstein.
Nel mettere in scena “L’alba del terzo millennio” abbiamo cercato di mettere a nudo tutte le incertezze che convivono in modo latente nei personaggi e che, non appena si inceppa il meccanismo della vita quotidiana, vengono a galla in modo disordinato e irrisolto. Una circostanza che prevede la scoperta del “nuovo” e che, alla fine, ci fa ricordare l’ “ha dda passà ‘a nuttata” di eduardiana memoria.
(Note di  Federico Magnano di San Lio ed Emanuele Puglia)
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