“Il Gabbiano” – Note di regia

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Un teatro. Il pubblico aspetta che abbia inizio una recita. È un evento. La prima commedia scritta da Konstantin, un giovane scrittore e regista con la fissa delle “nuove forme”.  Ha deciso di mettere in scena un’idea astratta. Reciterà Nina, sua fidanzata e aspirante attrice, che dovrà addirittura impersonare “l’anima del mondo”. Lo spettacolo sarà un fiasco impressionante; e lui costretto ad interromperlo. Un’ingloriosa fine, come egli stesso definirà quell’episodio, che segnerà irrimediabilmente il giovane borghese di Kiev.

Il Gabbiano racconta le conseguenze di quel clamoroso insuccesso. E lo fa attraverso una galleria di personaggi, che non ha eguali nella storia della letteratura teatrale di tutti i tempi.

XXI IN SCENA sceglie questo capolavoro per aprire i battenti. La Crisi è il tema declinato dagli artisti che interpreteranno i sette titoli della rassegna.

Nel Gabbiano tutti i personaggi in un modo o nell’altro hanno a che fare con il teatro. Attori, registi, scrittori, semplici appassionati…tutti a disquisire e a congetturare. Tutti fiutano crisi. Ma nessuno di loro è in grado di formulare un vero e proprio ragionamento costruttivo. La campagna russa chiusa e isolata certo non aiuta. Quella campagna inorridisce. Instilla negli animi paura e poca voglia di vivere. Disarmante la mancanza di progettualità che imprigiona i suoi frequentatori. Inquietante la noia che li intossica. Metafora di un’attualità sconcertante, Il Gabbiano è in questo senso un formidabile ragionamento sullo stato del teatro.

La crisi attanaglia i personaggi di questa commedia che si affannano per trovare un senso al loro esserci, al loro agire. Cercano disperatamente il confronto. Ma le relazioni che intrattengono non riescono ad essere risolutive, anzi. Mai come in questa commedia il dialogo sembra addirittura essere generatore di criticità. Alcuni di loro si illudono di appianare controversie, di riuscire ad avere il controllo della situazione, di conquistare posizioni di privilegio. Tuttavia sono solo, quando lo sono, vittorie apparenti o, nel migliore dei casi, successi momentanei. Solo l’interruzione brusca di quei rapporti potrebbe liberare questi personaggi dal sequestro emozionale di cui sono insieme vittime e carnefici. Il suicidio finale di Konstantin ne è metafora sconcertante. È necessario quel suicidio. Se, per dirla con Einstein, la crisi è portatrice di progresso, il suicidio diventa il solo gesto possibile per lasciare spazio alla rinascita. Lì solo può dimorare la  speranza in una nuova stagione di vita.

E se di crisi si tratta, anche la messa in scena non può non tenerne conto. Scarna, essenziale, senza quinte, senza sipario, in un teatro danneggiato, distrutto, devastato dal tempo.  Quel teatro è alla ricerca di nuove forme… ma che fatica trovarle! Il risultato è un Gabbiano quasi in prova, in cui anche gli oggetti di scena sembrano essere stati presi a caso e proprio per questo non tollerano nessuna manipolazione scenografica. L’acqua è una presenza fondamentale. Essa dà sollievo e conforto ai personaggi/gabbiani, animali costretti a volare verso il basso, verso il lago, attrazione quasi ossessiva. D’altra parte spiccare il volo significherebbe perdere certezze e proiettarsi verso orizzonti sconosciuti. E questo sacrificio, non mi pare rientri nel loro campo mentale.

Il tempo della narrazione e lo stile recitativo non possono che essere contemporanei. Ho chiesto agli attori di mettere da parte quelle tonalità cariche di malinconica noia  con cui una certa tradizione, a dire il vero tutta italiana, ha letto il teatro di Cechov, quasi riconoscendogli questa sola possibilità interpretativa. La nostra operazione tenta di restituire a questo testo un’autentica impostazione da commedia, un ritmo incalzante e tanta frenesia scenica, che non intaccano lo spirito giovanile dell’opera, ma anzi lo esaltano e lo celebrano.

Due citazioni: dieci secchi in scena ci rammentano la splendida produzione del Gabbiano di  Eimuntas Nekrosius del 2001, e un telo che Konstantin alla fine del primo atto sistemerà a copertura del soffitto richiama Il Giardino dei Ciliegi di Giorgio Strehler del 1974. Due spettacoli lontanissimi non solo nel tempo, ma direi anche “poeticamente” opposti. In uno spettacolo in cui si disquisisce di crisi e di crisi teatrale questi riferimenti non potevano mancare…

sempre di più mi convinco che la questione non sta nelle forme vecchie o nuove, uno che crea non pensa alle forme, ma crea perché qualcosa gli sgorga liberamente dall’anima…“.

Nicola Alberto Orofino

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