Montalbano Elicona A/R

La strada che da Catania porta a Montalbano Elicona (920 m.s.l.m, provincia di Messina) è tortuosa e nascosta come quella che dalla realtà porta alla fantasia. Nel suo scorrere attraversa paesaggi fantastici ma reali, tocca angoli di natura immacolata attraversati solo dal tempo, conduce in luoghi fiabeschi in bilico tra superstizione e scienza, immaginazione e prosaicismo. Paesaggi quali le irsute cime di Nebrodi e Peloritani, con l’Etna sullo sfondo; angoli di natura qual è il parco di Malabotta, ed i suoi percosi; luoghi come le “Rocche dell’Argimusco”, “santuario” di megaliti adagiati dal tempo, non dall’uomo, su di una verde-rame distesa di felci.

E’ questa l’unica certezza, è questo il nostro punto di partenza: non fu l’uomo, almeno dapprincipio, bensì il tempo a scolpire la natura. L’uomo venne poi, come sempre, a complicarla, tentando di trovarle un senso, una teoria che ne giustificasse la pratica o meglio, certe pratiche. Alchimisti, Rosa croce, magia, astrologia, streghe, sabba e sabbat, immaginando si detto un po’ di tutto, ma indagando s’è trovato poco e niente che sostituisse il rigore scientifico all’arbitrio dell’occhio umano capace di vedere, nel profilo d’un monolite, i caratteri distintivi d’una scimmia, o di un cigno, o di un’aquila, o di un serpente, o di una civetta, o di un’idra, o della femmina come del maschio, o persino d’una vergine orante.

Una domenica pomeriggio poco ventosa, singolare per il luogo. All’ombra migrante delle nubi, Il giovane archeologo dell’associazione Etna ‘Ngeniousa, Oreste Lo Basso, parla ai partecipanti ed ai convenuti dei perché della scienza. Il perché questi megaliti, se datati oltre 13.000 anni addietro, sarebbero stati rosi dal tempo. Il perché l’archeoastronomia sia più tendenza che scienza. Il perché del pubblicare quattro libri ognuno palinodia del precedente. Il perché una teoria, per esser credibile, scientifica, salda, vada costruita a posteriori, sui reperti, e non a priori, per poi esser calata ad arte sui reperti magari proprio a tal fine smussati, ingentiliti nei profili, così da garantirne l’incastro perfetto.

La “Stonehenge” siciliana è solo leggenda, ma come tutte leggende è intessuta di fili invisibili, impalpabili che riescono comunque a muovere l’animo umano o la curiosità del turista domenicale. Così chi non è smosso dalle streghe può esserlo dagli elfi, o dal simbolismo alchemico di Civetta e Pellicano ricalcato dalle forme d’alcune di queste rocce, oppure dalla coincidente disposizione dei megaliti con le costellazioni le cui forme ricordano, ed il cui nome prendono. C’è, infine, la storia della vecchia strada regia che a Montalbano elicona portava spesso Federico III d’Aragona, re di Sicilia, in un tempo in cui l’occultismo serpeggiava anche a corte, gli astri eran coerenti alla posizione di talune rocce, Eleonara d’Angiò riconducibile alla “vergine” orante, ed un architetto potrebbe aver assecondato un progetto poi messo all’indice dall’Inquisizione, perciò distrutto, come tante altre testimonianze dei retaggi pagani.

Quel che alle ceneri dei roghi è sopravvissuto, e delle loro ceneri è stato spolverato, racconta di quanto diffusa fosse, nel medioevo,la credenza che le rocce potessero assumere potere curativo se adeguatamente caricate. Come? Sotterrando una roccia la cui forma somigliasse a quella d’una costellazione. Quando? In una notte di luna piena. Dove? Nel punto in cui la costellazione fosse allo zenit. Perché? Tanto più grande la roccia, tanto più grande il potere promanato. Per chi? Per lenire i dolori del fisico e dell’animo, mediante abluzioni con l’acqua che, ad ogni pioggia, si deposita proprio sull’ermo raffigurante la “vergine” orante. Ma si può davvero credere a quel che non si vede, né si è mai visto?

Sulla spianata, attorniata delle montagne e popolata dalla rocce megalitiche, manca quella nebbiolina che renderebbe tutto meno visibile e più credibile. Eppure, la sua assenza, nulla leva all’aura mistica che il luogo promana, al suggestivo panorama ed alla suggestionante presenza di queste figure scolpite nella roccia. Se per sopravvivere, ai “giorni nostri”, si deve vedere per credere, e credere solo a quel che di reale c’è, per un giorno, per una domenica, per svago o per gioco, si può anche credere, con insospettata facilità, di vedere quello che in realtà non c’è, che forse non c’è mai stato, ma che, eppure, avrebbe potuto esserci. Il difficile arriva poi, lungo la strada del ritorno, come lungo la strada del risveglio, che riporta ognuno di noi alla nostra città, alle nostre(pre)occupazioni, ai nostri soliti credo, insomma, ai “giorni nostri”, quelli a cui sopravvivere.

Il difficile è ricordare di quanto di fantastico sognato, di una realtà forse immaginaria in cui perdersi per sottrarre, ai “giorni nostri”, un giorno che sia nostro, un giorno in cui non badare a sopravvivere ma semplicemente da vivere, come crediamo noi. Ma alla nostalgia è difficile sopravvivere. Eccole, finalmente, le luci della città, illuminano la realtà, dissolvono il ricordo, convincendoci che sì, s’è trattato solo d’un sogno. Quale sogno?

MARCO DI MAURO

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