L’altra campana, quella che stona

Mineo, contrada Cucinella, Lunedi 25 aprile, ore 15.50.

Le promesse si mantengono. Sfidando il gelido vento di un aprile anomalo, Etna ‘Ngeniousa ha portato a termine l’iniziativa “Non aspettiamo il prossimo, il Prossimo è già qui”: per settimane, grazie alla gentile disponibilità della chiesa di Santa Maria di Ognina che ha messo a disposizione il suo salone parrocchiale, soci e sostenitori hanno raccolto e donato centinaia di indumenti maschili e femminili, per adulti e per bambini, da poter distribuire ai rifugiati dell’ex Residence degli Aranci (oggi C.A.R.A) di Mineo. Lunedi, finalmente, si è presentata l’occasione per poterlo fare.

L’impresa è riuscita, non senza qualche difficoltà logistica, dovuta al gran numero di migranti convenuti e, soprattutto, alla miope ed autoritaristica gestione della “festa” da parte di alcuni sedicenti rappresentanti di associazioni, presunte “umanitarie”, che anziché agevolare le operazioni di distribuzione le hanno ostacolate, arrogandosene la titolarità in esclusiva, quasi come si trattasse di un appalto per la solidarietà riservato a pochi.

In ogni caso la cultura ed il dialogo alla fine hanno prevalso e, superando alcuni preconcetti, siamo riusciti a distribuire tutti gli indumenti raccolti in precedenza (quattro automobili piene zeppe di vestiti di ogni tipo).

La musica ed i balli hanno fatto da cornice ad un contesto multietnico tanto variegato quanto poche volte ci è capitato di poter vedere: abbiamo scambiato parole e sorrisi con pakistani e tunisini, kurdi e subsahariani, uomini e donne, cristiani o musulmani che fossero. In inglese, in francese, in arabo o a gesti, tutti manifestavano la voglia di comunicare, raccontare la propria storia, chiedere qualcosa.

Ho visto gente felice di un sorriso, estremamente grata del nostro modesto aiuto, e qualcun altro, invece, più diffidente, o che cercava il momento buono per arraffare qualcosa in più a discapito degli altri. Un variegato microcosmo racchiuso entro il perimetro del villaggio, una piccola porzione di umanità distribuita su quei quasi duemila volti, tutti diversi tra loro e dal nostro, ma tanto vicini da non sembrare altri.

Il nostro viaggio, durato un intero pomeriggio, è proseguito parlando con chi dentro il centro ci vive e lavora, notte e giorno, da settimane. Con grande disponibilità un funzionario della Polizia di Stato ci ha illustrato problematiche e criticità, soluzioni e sorprese con cui forze dell’ordine, volontari e addetti si son trovati ad avere a che fare nel corso di questa esperienza che egli stesso ha definito “arricchente e formativa”.

Qual è dunque il contesto attuale oltre i cancelli?

Dovessi far notizia parlerei, come molti fanno per richiamare l’attenzione e scatenare vespai, di un piccolo lager dove migliaia di persone sono costrette a convivere in condizioni disagiate, ammassate, rinchiuse e… la verità è un’altra, per fortuna.

Il complesso residenziale (che di questo si tratta), utilizzato per anni dai militari statunitensi che lavoravano presso la vicina base di Sigonella, ospita attualmente circa 1900 migranti (la capienza massima non è ancora stata raggiunta e l’orientamento rimane quello di non farlo) di diversa provenienza. Il centro prevede alcune aree di servizio comuni (mensa, centro informazioni con servizio di mediazione culturale, presidio medico-ospedaliero con uno specifico reparto pediatrico ecc.), ed altre zone riservate alle associazioni umanitarie o alle forze dell’ordine che gestiscono il regolare svolgimento delle attività giornaliere. Tutto il resto del villaggio è destinato agli alloggi: i vialetti all’americana che dividono lo spazio all’interno del complesso danno infatti accesso alle singole unità abitative (villette unifamiliari a due piani con portico che si affaccia sulla strada), all’interno delle quali sono alloggiati dai 6 agli 8 ospiti (al massimo tre per ogni stanza, ciascuna delle quali dotata di servizi igienici).

Nel corso delle prime settimane di attività del centro sono emerse alcune criticità attribuibili a problemi di ambientamento e sistemazione dei migranti ed alla presenza di un gruppo etnico che, prevalendo numericamente sugli altri, cercava di imporre le proprie necessità ponendosi al di sopra delle regole comuni. In seguito, con la partenza di tale gruppo, il centro ha trovato un suo equilibrio, per quanto fragile: ciascuna etnia si è ritagliata uno spazio dove poter vivere in relativa tranquillità questi giorni (mesi, anni?) di attesa per il disbrigo delle formalità burocratiche. Risulta tuttavia difficile riuscire a parlare di vera e propria convivenza e di integrazione. Troppo poco il tempo, troppo diverse tra loro le persone. Si vive insieme, ma la diffidenza tra gli individui permane e sembra discendere direttamente da una sorta di competizione naturale, di istinto di sopravvivenza. Le traversie precedentemente vissute, i diritti negati, le prevaricazioni subite, hanno forse insegnato agli uomini ed alle donne che adesso abitano il residence a pensare e provvedere solo a se stessi, cercando di “sopravvivere”. Ognuno pensa dunque principalmente per sé, senza comunque prevaricare l’altro.

Se da un lato il centro di accoglienza pare garantire dunque il soddisfacimento dei bisogni primari (addirittura molti non negano la discreta qualità della mensa, sebbene pur sempre di mensa si tratti), il problema principale per i suoi occupanti rimane l’inerzia, l’inattività, il lento scorrere del tempo. Il complesso dispone di parecchie strutture ricreative, realizzate in passato dagli americani (campi da calcio, football, basket, aree per la corsa, parchi giochi per i bambini) e adesso utilizzate anche dai migranti, soprattutto quando il meteo lo permette. Tuttavia sono in molti a manifestare la volontà, il desiderio, il bisogno di rendersi utili e lavorare. Che questo non sia tecnicamente possibile, nelle more delle pratiche di regolarizzazione, è noto a tutti. Quanto questo sia comunque utopistico in una terra come la nostra, che spinge i suoi stessi figli a fuggire altrove in cerca di occupazione, purtroppo è una triste realtà con la quale ci confrontiamo ogni giorno.

L’altro profondo disagio manifestato dagli occupanti del C.A.R.A. riguarda infine la mancanza di collegamenti fisici col mondo esterno al villaggio stesso, col territorio circostante. Un isolamento che ogni giorno spinge folti gruppi di migranti a percorrere a piedi i 10 km circa che li separano dal più vicino centro abitato, Mineo. Una priorità, quella della mobilità, che, con l’approssimarsi della stagione estiva e delle sue alte temperature, ci pare debba essere affrontata e risolta nel minor tempo possibile.

Questo è ciò che ci è stato detto, quello che abbiamo visto.

Evidentemente non si tratta di un hotel di lusso, né di turisti in vacanza. Ma sentir parlare di “persone rinchiuse da mesi” o “abbandonate a se stesse” o leggere di “lager”, termine che ben altro significato e peso ha avuto nella storia, pare quanto meno fuori luogo ed incauto. Probabilmente bisognerebbe fare più attenzione al linguaggio, poiché, come diceva uno dei più incisivi scrittori del Novecento che trattava dei problemi della Sicilia, “le parole sono pietre”.

Il villaggio e la sua organizzazione denotano certamente dei problemi, delle carenze, delle criticità, tuttavia gli altri centri di accoglienza sparsi per l’Italia sembrano essere molto più disagiati e, a soffermarsi un po’, ci si accorge che forse i veri problemi del C.A.R.A. si trovano all’esterno di esso. A cominciare da chi periodicamente strumentalizza una situazione già abbastanza complessa e di difficile lettura e gestione per assicurarsi un trafiletto su un fogliaccio locale o 30 secondi di notorietà su un’emittente sconosciuta. O coloro i quali distribuiscono ai rifugiati volantini di propaganda (senza far nomi abbiamo visto un ragazzo subsahariano con un flyer in mano scambiare il volto di un noto filosofo, economista e rivoluzionario tedesco dell’Ottocento con quello dell’attuale presidente del consiglio…) invece che indumenti, e gli mettono in mano bandiere di cui non possono conoscere i simboli o gli acronimi.

A cosa, o meglio a chi serve? Qual è lo scopo di far politica, dichiarare uno schieramento, scegliere un colore in questi contesti di solidarietà? Questa domanda la porto con me dalla visita al villaggio, ne conosco la risposta, ma preferisco dimenticarla e di lunedi scorso ricordare soltanto il volto di una madre rifugiata che non smette di inchinarsi e ringraziarci perché le abbiamo dato una maglia usata per coprire sua figlia, neonata.

Questa è la campana di chi era sul luogo, ma non si trova sulle pagine di giornali, nelle menzioni dei blog ufficiali, citato nei comunicati stampa. E’ la campana di tutti coloro che per giorni hanno donato, ciascuno per quel poco che aveva o che poteva, e di chi ha raccolto e distribuito domenica. La campana, stonata e invisa ad alcuni, di chi non riesce a dire che tutto va male e andrebbe rifatto, anche se fa notizia e attira consensi, semplicemente perché così non è.

Questa è la campana di Etna ‘Ngeniousa che da oggi torna ad occuparsi di cultura, lasciando la “solidarietà” a quelli che ne hanno fatto un “mestiere”.

K

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