Due passi nell’infinito

Domenica 21 novembre, il gruppo di Etna N’geniousa è partito verso l”infinito”. Sì, è questa la sensazione che avranno avuto  i protagonisti di questa escursione dopo aver conquistato la vetta dei rilievi orientali dell’Etna. 

Dopo essere partiti da Catania e percorso la serpentina strada tra i caratteristici paesini etnei, che lentamente si vanno a colorare dei  frutti d’autunno e delle voci dei contadini, gli escursionisti hanno raggiunto l’inizio del sentiero che porta al rifugio Pietracannone. Ad attenderli un paesaggio, che se non fosse stato per le foglie arancioni dei castagni, poteva essere considerato lunare. Lì, da Pietracannone, si è andati per il sentiero scosceso, martoriato e costellato di sassi, che lentamente si vanno a staccare dai campi di pietra lavica, coperta dai grigi licheni. Da quel punto è stato possibile scorgere la punta dell’Etna, che come colta di sorpresa dai viandanti, sembrava sporgersi per spiare al di là degli alberi snelli e spogli. E così, tra un sospiro, una meraviglia e un respiro d’aria fresca, il gruppo si è ritrovato ad affrontare emozioni che solo la natura può donare. E se davanti v’era l’Etna, dietro dominava il golfo di Catania, lontano ed argentato, sigillato in un tempo epico e leggendario. E con questi sentimenti, che ogni escursionista sentiva nel petto, ben presto si è cercata la forza per affrontare la ripida salita: la sfida che Monte Fontane, dappresso al cammino iniziale, chiede come tributo per donare le sue bellezze.

Con passo fermo e sicuro, con la lentezza dovuta alla cautela, ci si è inerpicati per il sentiero. Certo un po’ di fatica, un po’ di panico quando la friabile sabbia lavica sfilava via sotto gli scarponi impolverati,  un po’ di sane palpitazioni nello scrutare la valle del Bove dilatarsi, lì, al di sopra delle cime degli alberi: ma cosa ne è valso? Mentre i rami di un vecchio e nodoso albero invitavano ad avanzare, di lì a poco, ogni partecipante ha potuto assistere alla potenza della natura. Un posto privilegiato, un trono da cui ammirare come ospiti lo spettacolo dell’Etna. Dal “masso” di Monte Fontane si è allungato e disperso lo sguardo, ma vi sono da una parte Monte Calanna e poi Monte Zoccolaro a richiamare l’attenzione. E ancora Rocca Musarra, che, come un faraglione di Acitrezza, viene abbracciato da un mare nero, però fermo, statico, a ricordo della furia elementare di ciò che un tempo veniva giustificato come l’ira del titano Tifone.

Dopo aver immortalato nelle foto il paesaggio e assaggiato il vento delle altitudini etnee, il gruppo discese nuovamente verso la vallata, lentamente e senza fretta, e se prima v’era il chiacchiericcio di chi era curioso di scoprire, dopo regnò il silenzio di chi era rimasto meravigliato.
Nuovamente all’inizio del sentiero, si è pranzato all’ombra di un placido boschetto. Il cammino presto riprese verso il ventre della terra.

Una grotta attendeva il gruppo, un incavo nel sottosuolo, lì nei pressi di Sant’Alfio, nella zona nord-est dell’Etna. C’era chi temeva, c’era chi scalpitava per intromettersi in quell’abbraccio di Gea, ma tutti rimasero stupiti quando la guida esperta raccontò la storia della Grotta della Neve di Piano delle Donne. Una neviera, ovvero un luogo dove si raccoglieva la neve, pare sia stato l’incarico che gli uomini vollero affidare alla nicchia lavica. Una volta discesi, il freddo di lì sotto ha abbracciato gli escursionisti e i fiati caldi hanno iniziato a stridere con i gradi gelidi di quel buio sinistro e umido, la cui voce erano le gocce d’acqua che ricadevano dal punzonato soffitto, scolpito dalle infiltrazioni. Subito si accesero le torce. Ci si guardava intorno. Si cercavano i limiti di quell’angusto luogo. Ci si chiedeva come potesse essere vissuto come luogo quello lì, come i monaci, dipinti dal viaggiatore Houel nel ‘700, potessero muoversi nelle loro mansioni. Con queste domande, il gruppo risaliva dal suo viaggio al centro della terra. Tornando a casa, una frase poteva essere la chiave per chiudere questo nuovo cassettino nella memoria: “Dall’alto della montagna tu puoi vedere come sia grande il mondo, e come siano ampi gli orizzonti” (Paulo Coelho).

Flavio Mela

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