Scusa Oreste se scrivo prima di te…

Cosa viene in mente quando si parla del Giappone?
… chi è un appassionato di lirica pensa immediatamente a Madama Butterfly e comincia a canticchiare “Un bel dì vedremo” sentendosi la reincarnazione di Maria Callas…
… chi è tifoso del Catania comincia a sventolare la maglia rossazzurra con il numero 15 di Takayuki Morimoto e gode ancora pensando alla seconda delle quattro sberle inflitte al Palermo…
… chi ha olio che scorre nelle vene più che sangue avrà nelle orecchie il familiare rombo di una Honda, di una Suzuki o di una Kawasaki…
… Aristide comincerebbe a parlarvi dei Vulcani giapponesi, naturalmente cominciando con un discorso introduttivo sull’Etna…
… un cinefilo vi farebbe un discorso di tre ore su Akira Kurosawa e tutta la sua filmografia, da Sugata Sanshiro a Madadayo, senza però soffermarsi troppo su I sette samurai perchè troppo commerciale…
… Giuseppe Castiglia comincerebbe a raccontarvi barzellette e freddure basate su giochi di parole del tipo “Miskai mura mura” e “Jocopoco majoco”…
Ma diciamoci la verità… quando vi ho nominato il Giappone metà di voi ha pensato alla Nintendo Wii su cui passa serate intere a giocare da solo o meglio ancora con gli amici e l’altra metà ha cominciato a canticchiare “Due sportivi, due ragazzi, per il calcio sono pazzi, son portiere e attaccante Holly e Benji due speranze...” oppure “Solitario nella notte va, se lo incontri gran paura fa, il suo volto ha la maschera Tigre – Tiger Man...” (certo che questo passaggio in poche righe da Puccini alle sigle dei cartoni animati… mah…).
Quello che i vostri intrepidi e giniusi eroi hanno proposto domenica scorsa invece era un viaggio alla scoperta dell’anima più profonda del Giappone, quella dei riti che affondano le loro radici nei secoli, quella che in un  tempo frenetico come quello che viviamo fa riscoprire il valore della lentezza permettendo di gustare appieno di ogni sensazione. Bisognerebbe renderlo obbligatorio… ogni dieci visite al fast food una cerimonia del tè…
E per questo non c’è bisogno di farvi 12 ore di volo fino a Tokyo… a nemmeno un centinaio di km da Catania, infatti avete la Casa del tè di Raddusa, laddove vi accoglierà l’unico maestro del tè italiano, il prof. Salvatore Pellegrino… salire i gradini che portano a casa sua equivale a fare quelle dodici ore di aereo e contemporaneamente un viaggio indietro nel tempo, cosicchè dopo un po’ che si sta in quell’ambiente creato secondo le più ortodosse regole del feng-shui è naturale chiedersi “cosa ci faccio ancora con indosso questi vestiti, come mai non indosso ancora un kimono”…
Così domenica scorsa, nel primo giorno di primavera, Orestesan, Matisan e Arisan hanno guidato i loro imperterriti seguaci in questo mondo affascinante e misterioso… il mondo dell’armonia, del rispetto, della purezza e della tranquillità che in base agli antichi testi giapponesi sono i quattro principi basilari su cui si fonda la cerimonia. Il tè diventa allora uno stile di vita, per ritrovare se stessi e la propria anima, nella lentezza dei gesti, nell’assaporare i singoli sapori, nella cura dei rapporti interpersonali basati sulla cortesia e la gentilezza…
Come hanno reagito i nostri amici, catapultati in questo universo nipponico?
Beh senza dubbio la cosa che ha suscitato maggiore entusiasmo sono le proprietà abbronzanti del tè… quindi quest’estate tutti alla Playa con lo spruzzino pieno di tè, ma mi raccomando non troppo aromatizzato… andare in giro con addosso l’odore di pesca non è proprio il massimo…
Fatta questa raccomandazione, devo dire che se la sono cavata veramente bene e già alla seconda degustazione del tè ringraziavano il fiore, il tavolo, la tazzina, il vicino, ying e yang come se non avessero fatto altro tutta la vita…
Certo adesso dovremo aspettare qualche anno per aprire il tovagliolino in carta di riso e controllare la qualità del tè… quindi si conclude qui questa prima parte del resoconto, per la seconda ci risentiamo fra un paio di anni…
…ma intanto non mancate ai nostri prossimi appuntamenti!!!
arigato
Matilde
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