Sulle strade della lava come in un’antico romanzo…

 

Era la stagione in cui gli alberi sfioriscono,

le siepi perdon le foglie e i prati son coperti di brina…

Le cronache dell’antica cittade che si fregia di aver un elefante – nobile animale invero – sul suo scudo, narrano le avventure di nobili dame e valorosi cavalieri: di Marina dalle Bianche Mani, colei che con femminea arte conquistò il nobile Piero del Castello di Super Quark; di ser Oreste del Lago di Como, signore di Mineo e di Letojanni, che fissò la sua dimora nella Villa del Balbianello cantata da Filippo il Re; di Aristide l’avventuroso, colui che ha come dimora una cavità nelle viscere del possente Mongibello; di Matilde Dal Pronto Stilo, colei che racconta le grandi imprese di questa nobile congrega di valorosi.

Avvenne un giorno che questi ardimentosi giovani, vennero a conoscenza della historia di un antico cavaliere, le cui gesta sono state tramandate da ser Alessandro Marinaro in una chanson de geste che delle antiche opere di Chretien de Troyes e Jean Bodel mantiene il valore esemplare e il merito artistico. Questo vegliardo cavaliere di cui adunque qui si narra, ebbe nome ser Orazio di Grazia e soleva percorrere ogni giorno le strade che dal mare si inerpicano verso i fumanti crateri del Mongibello, portandosi dietro un pesante fardello di frutti della terra, da lui stesso coltivati, e nel cuore il fardello ancor più pesante di un grande amore perduto. Le popolazioni che abitano alle pendici del Vulcano guardavano con curiosità e simpatia alle fatiche di questo canuto cavaliere, e poichè soltanto pochi ne conoscevano davvero la storia, i più crearono numerose leggende attorno alla sua silenziosa e umile figura. Soltanto Ser Alessandro, avvicinandolo con rispetto e cortesia, ebbe la ventura di poter parlare con Ser Orazio,  facendosi raccontare da lui stesso la sua storia, che fissò ad eterna memoria nella sua opera, proprio nel tempo in cui il canuto vegliardo lasciava, nel pianto generale, questa vita.

La nobile congrega dei quattro valorosi, avendo avuto la sorte di conoscere ser Alessandro, di udire i suoi racconti, e di vedere le immagini che accompagnano la sua opera, decise di onorare la memoria dell’eroico ser Orazio, ripercorrendo la Strada della Lava, dalla luminosa città dell’elefante fino all’ameno paesino fondato attorno all’antico monastero di san Nicolò e da cui prende nome.

La notizia di questa nuova ardita impresa dei giovani catanesi della Compagnia del FAI, fece in un baleno il giro della città e da ogni parte accorsero altre nobili dame e valorosi cavalieri. Nulla potè distoglierli dal loro intento, non le minacciose nuvole cariche di pioggia che oscuravano il cielo all’ora in cui si erano dati convegno, non le rigide temperature che si prospettavano nelle regioni più alte del vulcano e nelle ore più tarde della giornata.

Preso adunque posto nelle rispettive carrozze, i valorosi si diressero dapprima presso la bottega di un valente scultore, noto come Mastro Nino Santangelo Della Pietra Lavica, così detto poichè nella sua attività scultorea, con occhio sensibile e acuto, egli riesce a vedere nelle forme che la pietra assume naturalmente, uscendo dalla fucina di Vulcano, volti, personaggi e luoghi della tradizione di questi antichi casali.

Avventurandosi poi lungo le strade che ser Orazio soleva percorrere, la compagnia – arricchitasi di due donzelle provenienti dalla Terra degli Alemanni – fece una nuova sosta presso l’antico acquedotto della città; ser Oreste e ser Aristide non mancarono di dar sfoggio della loro sapienza, raccontando alla nobile congrega le antiche origini del luogo e le ricchezze celate fra le incolte frondi.

Ma fu per poco… la strada era ancora lunga.

Ultimo avamposto umano lungo la strada del Mongibello, il borgo di Nicolosi fu più volte sommerso dalla lava, e alle sue porte si può ancora ammirare il vasto cratere da cui, più tre secoli orsono, un immenso fiume di fuoco si riversò verso Catania, ricoprendo campagne e casali, destando terrore e sconforto nella popolazione. Era questa la meta dei valorosi, che guidati con mano sicura da Ser Aristide che di queste lande è padrone incontrastato, si inerpicarono lungo il sentiero per giungere ad ammirare dalla vetta tutta la regione, che il sole – vittorioso sulle nubi mattutine – illuminava e faceva brillare. Era l’ora in cui i comuni mortali si fanno vincere dai morsi della fame, ma i nostri eroi avevano una missione ed erano ben decisi a non dar sfogo alle proprie voglie mangerecce se prima non l’avessero compiuta. Così percorsero tutto il perimetro del cratere, salirono e discesero, poi salirono di nuovo e infine –  compiuto il proprio scopo di esplorazione e conoscenza – discesero verso la zona riservata ai convivi…

Ma anche qui la loro tempra fu messa alla prova duramente: mani ignote avevano infatti depredato la zona delle griglie su cui gli umani son soliti cuocere le carni. Ma tale nuovo ostacolo non poteva certo fermare i nostri valorosi cavalieri, che trovarono modo di sostituire tali griglie con delle tegole, all’uopo preparate dal valoroso Antonio Dalla Battuta Pronta, dal prode Rosario Maestro del Fuoco e dagli altri intrepidi giovani.

Lunga fu la preparazione, e con malcelata ingordigia i cavalieri e le dame si accalcavano attorno ai fuochi, un pò per riscaldarsi ed un pò per rinforzare con l’ardore dei loro occhi l’azione difficoltosa dell’incerto fuoco e cuocere prima i gustosi insaccati. Non tutti è bene dire, attesero così a lungo, ma chi insensibile alla fame collettiva si gustò solitario i propri manicaretti fu giustamente oggetto del biasimo collettivo, di cui si fece portavoce il giusto ser Oreste del Lago.

Giunse infine il sospirato pranzo, quando già le tenebre cominciavano ad avvolgere la terra, e subito dopo i nobili giovani – ripulito accuratamente il loco – si prepararono a far ritorno ai loro luoghi d’origine.

Ma gli ostacoli non erano finiti, poichè trovarono tutti i varchi che chiudevano il parco inopinatamente serrati… lo sconforto stava per prenderli, poichè le tenebre della sera si apprestavano sempre più minacciose… Qualcuno cominciò a sentire l’approssimarsi delle streghe e molti si chiesero come avrebbero passato la notte in quelle fredde lande… ma nulla è perduto per chi ha coraggio e così, messo presto al bando il primo momentaneo scoramento, dopo aver provato a superare un alto cancello, fu trovato un provvido varco nella recinzione e i giovani già semi assiderati poterono così ritornare con una gioiosa corsa verso le proprie carrozze per salutarsi in attesa delle prossime avventure.

Ma mentre i più fecero ritorno alle proprie dimore, i quattro valorosi con coloro che decisero di seguirli in ogni loro spostamento, per condividere ogni loro avventura, si ritrovarono in una calda locanda nicolosita, per riscaldarsi con una fumante bevanda realizzata con i semi che un dio donò ai popoli aztechi e che Cristoforo Colombo fece conoscere anche alle popolazioni europee. La compagnia, rinvigorita dal ritrovato calore, ritrovò anche tutta la sua consueta giocosità, e si intrattenne a lungo nel locale che fu pieno della loro allegria.

Così si concluse, in una fredda serata etnea, questa nuova avventura dei quattro valorosi giovani della compagnia del FAI.

Ma i cortesi lettori e i nobili compagni d’avventura possono star sicuri che il futuro non mancherà di offrir occasione per nuove nobili imprese, che la Compagnia del FAI sarà sempre lieta di condividere con tutti gli uomini e le gentili donne che siano sensibili alle ragioni dell’arte e della natura.

Matilde

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2 commenti

  1. Mi associo al msg!! Davvero una gran bella giornata quella trascorsa domenica.Credo si stia creando un ottimo gruppo ma il merito principale non può che essere dei "fondatori" del FAI GIOVANI di CATANIA!! Speriamo di crescere maggiormente nel corso del 2009 magari cercando di aggregare tanti altri amici.

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